AMOS GITAI: “LA PACE IN PALESTINA PASSA ATTRAVERSO LA CONOSCENZA RECIPROCA”

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di Arnaldo Casali

«Durante la guerra del Kippur il mio elicottero fu colpito. Mi venne detto che, statisticamente, il fatto che fossi vivo era considerato un’eccezione. Allora decisi di sfruttare questo errore statistico e dire un paio di cose che avevo dentro e che mi turbavano».Così racconta l’inizio della sua carriera Amos Gitai, il più importante regista israeliano, che ha ricevuto l’Angelo di Dominioni alla carriera nel corso della decima edizione del festival Popoli e Religioni, al termine di una settimana interamente dedicata a Gerusalemme e al tema dei “nemici che si riconoscono fratelli”, che ha visto – tra l’altro – la proiezione dei film Il figlio dell’altra  e Palestina per principianti, il concerto del pianista palestinese Khaled Shomali e gli incontri con Maurizio Olivieri e Valentino Cottini.Gitai non ha potuto presenziare fisicamente alla giornata conclusiva della kermesse organizzata dall’Istess perché impegnato nelle riprese del suo nuovo film dedicato a Yitzhak  Rabin, ma ha ricevuto il premio a Roma.

Classe 1950, Gitai si è laureato in architettura negli Stati Uniti e ha fatto parte del soccorso aereo durante la guerra del Kippur, che ha filmato con una super-8. Dagli anni ’70 ha lavorato come documentarista per la televisione israeliana ma molti suoi lavori sono stati censurati per la critica rivolta alle politiche del governo. A Terni ha presentato il suo ultimo film, Ana Arabia incentrato su una piccola comunità in Israele dove convivono arabi ed ebrei.

Il tema del festival Popoli e Religioni, quest’anno, è stato Ogni città è una Gerusalemme.

«Gerusalemme è una città molto forte, sapete, perché è il luogo di nascita – in un modo o nell’altro – delle tre maggiori religioni monoteistiche: ebraismo, cristianesimo e islamismo. Ogni chilometro quadrato di questa città è in grado di indottrinare due terzi del pianeta. Non tutti lo sanno, ma in ebraico il significato di “Hierosolym” è “Città della pace”. Per questi motivi la città è estremamente affascinante, con una storia molto lunga. Essendo un architetto sono interessato alla alla scelta originaria del re David, cioè per quale motivo abbia scelto Gerusalemme. Normalmente nell’antichità si sarebbero scelte, come capitali, grandi città come Roma, vicino a un fiume o alle strade principali. Ma re David decise di situare Gerusalemme in un posto dove non c’erano strade, acqua potabile, fiumi: era un luogo con grande potenziale ma non era una decisione logica».

Il primo film proiettato a Popoli e Religioni, nel 2005, fu Kadosh…

«È stato anche il primo film israeliano a partecipare in concorso al festival di Cannes, dopo un’assenza di 40 anni. Ed è ambientato proprio a Gerusalemme»

Il cinema può contribuire a costruire la pace?

«Quello delle religioni è un problema antico. Ad ogni modo gli esseri umani – secondo il mio pensiero – non possono soltanto vivere una vita materiale mangiando, ballando e consumando. Ma per costruire un’amicizia è necessaria prima la comprensione. Se voglio avere la pace in Palestina devo prima comprendere le sue questioni, che non vuol dire essere d’accordo su tutto, ma devo innanzitutto capire per poi costruire un’amicizia. Ma il primo passo è sempre la comprensione, capire il punto di vista degli altri. Molti dei film che ho fatto hanno questo punto di vista: essere israeliani cercando di capire anche il punto di vista dei palestinesi, e non pensare solo a noi. Non bisogna parlare sempre di noi, considerandoci i migliori e i prescelti, perché lo sono anche queste persone e bisogna comprenderle – che non vuol dire essere d’accordo con loro – ma capirle, e forse, se lo faremo, ci saranno dei progressi verso la coesistenza».

Quale crede che possa essere il futuro in Palestina?

«Il problema è che, vedi, è come in una coppia: nel caso di una violenza domestica è giusto che i vicini si affaccino, bussino alla porta e dicano: “Ehi, datevi una calmata!”. Ma è la coppia che deve decidere se vuole calmarsi! È stato un bel gesto, molto significativo quello del Papa, che ha invitato a pregare insieme Abu Mazen e Shimon Peres, ma Israele e la Palestina devono iniziare a calmare il conflitto e trovare un modo per farlo. È una cosa molto buona che le altre persone diano la loro opinione, ma la soluzione è che le due parti trovino un modo per stare insieme».

È un problema politico o uno scontro tra popoli e religioni?

«Io penso che a livello popolare le persone abbiano capito che non c’è un altro modo che trovare la pace, perché la Palestina non scomparirà e nemmeno Israele. Quindi devono trovare un “modus vivendi”. Ma oggi c’è un fatto tra i leader politici: ognuno conserva il suo punto di vista e non si muovono. Ma io penso che in tutte e due le parti le persone capiscano che si deve trovare una soluzione, e credo che troveranno questa soluzione. Ma la domanda è: quando?»

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