INTERVISTA A ENZO DECARO

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“Cinema e religione sono accomunati da una cosa: danno per scontato il mistero, un mistero che noi siamo disposti ad accettare, pur restando legati alla nostra realtà, sospesi  così tra cielo e terra”.
Un tempo ‘il bello’ della smorfia, oggi protagonista di Provaci ancora prof e di molte altre fiction televisive, Enzo Decaro è stato uno degli ospiti di punta della prima edizione del festival del cinema interreligioso “Cielo e terra”.
Intervenendo all’inaugurazione ha raccontato la sua esperienza in un altro festival cinematografico impegnato nel dialogo tra le culture, “L’oriente incontra l’occidente” di Assisi.
“Dovremmo arrivare ad una sorta di federalismo del mondo, in cui non ci siano più contrapposizioni tra culture. Io spero che dopo l’homo erectus e l’homo sapiens si arrivi all’homo cosciens. L’uomo che ha la consapevolezza che la vita è un’esperienza sempre troppo corta, e che vale la pena di non sprecare”.

Oggi lei oltre che recitare, insegna ai giovani a formarsi nell’arte. La sua, di formazione, come è stata?

“Coltivare una passione è sempre importante. La mia è stata il teatro: con Massimo Troisi e Lello Arena ci siamo appassionati al suo linguaggio. In un periodo molto politicizzato, come erano i Settanta, noi, anziché la piazza, per dire quello che pensavamo, raggiungere le persone e far germinare un’idea, ci siamo inventati il cabaret”.

Oggi si dice che le cose più serie in Italia le dicono i comici. D’altra parte i comici sono quasi sempre ottimi attori drammatici, mentre spesso i grandi attori drammatici non sono capaci di far ridere.

“Io ho avuto la fortuna di avere vicino un premio Nobel della comicità. Poter vivere quotidianamente la genialità di Massimo Troisi per me è stato fondamentale; per quanto riguarda il fatto che i comici dicono le cose serie, forse succede perché spesso le persone cosiddette ‘serie’, oggi, dicono cose davvero comiche, e qualcuno che parli seriemante ci vuole pure. Per questo la satira e la comicità si stanno riprendendo quel ruolo che le compete, quello, cioè, di essere fustigatori del potere, cercare di beffeggiarlo costruttivamente. Guai a quella nazione che permette a lungo tempo di vivere senza comici”.

Che rapporto c’era all’interno della ‘Smorfia’?

“La Smorfia è stata speciale perché univa in un’unica persona artistica tre personalità molto distinte e definite che avrebbero potuto,  come poi è successo, anche stare da sole. Lo stimolo era proprio quello di stare insieme. La nostra era classica commistione dei tre clown, con l’aggiunta dei contenuti; era una squadra dove c’era il fuoriclasse, il “Baggio” della comicità, il guastatore, quello confusionario che dava sempre fastidio in scena, e poi c’era un altro che cercava di organizzare il tutto”.

Insomma il suo ruolo era quello di tenere le redini?

“Sicuramente la scrittura, l’ideazione, era la cosa che mi è sempre interessata di più. Riuscire a dare un assetto scenico a questi talenti”.

Perché vi siete separati?

“Non è stata una vera e propria separazione, si è trattato piuttosto di un ciclo che si è concluso. Erano finite le cose che avevamo da dire. Poi Massimo ha preso la sua carriera cinematografica, che io spesso – in privato – ho anche criticato, conoscendo le sue grandi potenzialità”.

E che cosa ha provato nel vederlo nominato all’Oscar?

“Una grande fierezza. Con il Postino mi ha dato la soddisfazione di condividere con il mondo il suo vero talento”.

Con Lello Arena oggi come sono i rapporti?

“Non molti, anche perché lui fa molto teatro mentre io in questa fase faccio soprattutto televisione e cinema. E poi, forse, manca il collante principale”.

Lei era considerato “il bello” della Smorfia…

“Non che la concorrenza fosse granché…”

Ma come viveva il fatto di essere l’idolo delle ragazze?

“Per fortuna il gruppo era comico. La prima qualità di un comico deve essere quella di non prendersi troppo sul serio”.

Lei oggi fa molta televisione. Pensa che la fiction supplisca a qualcosa che manca al cinema, o invece lo danneggia?

“Dipende sempre dal prodotto. La fiction è rinata da pochi anni è si è conquistata un posto perché era ben fatta. Il ruolo che ha dipende anche da chi ne fruisce, ma l’importante è cercare di mantenere uno standard qualitativo alto. I nostri sceneggiati, soprattutto in passato, erano dei piccoli capolavori. Perché c’erano grandi registi, scrittori, attori; quell’epoca credo debba essere il punto di riferimento anche della produzione attuale se si vuole che questo mondo della cosiddetta fiction continui a conservare un posto per il pubblico e – soprattutto – abbia un senso”.

Forse oggi la fiction è rifiorita anche perché il resto dell’offerta televisiva tende ad essere un po’ scadente.

“Non sono le fiction o gli altri programmi ad essere buoni o cattivi; se c’è un’idea buona vale la pena di farla, e in questo abbiamo tutti un po’ di responsabilità”.

Lei oggi insegna. Ma si può insegnare a diventare artisti?

“Quello che si può insegnare è la tecnica. Il talento o c’è o non c’è. Ma le tecniche possono aiutare a valorizzarlo e a farlo emergere”.

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